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Questa Non È Una Fotografia Di Moda. Allen Frame

Aveva ventisei anni Allen Frame, ed era un giovane entusiasta e ambizioso, quando, nel 1977, si trasferì a New York dal natio Mississippi. Fece rapidamente amicizia con un gruppo di artisti, scrittori e performer, molti dei quali, come lui, appena arrivati in città e, per usare le sue parole, continuò «a fare quello che facevo prima, fotografare il mio mondo di amici e di relazioni». Dal momento che New York in quegli anni era spesso sull’orlo della bancarotta, quel mondo poteva essere precario, ma la città costava poco ed era carica di eccitanti promesse. Nel descrivere la metropoli in un periodo molto precedente, il leggendario artista d’avanguardia Charles-Henri Ford ebbe a scrivere: «La cosa più straordinaria di New York era che avevi la sensazione che tutto fosse possibile, che poteva accadere qualsiasi cosa avresti voluto accadesse, e non c’era nessun tipo di pericolo». Frame sceglie questa citazione degli anni 30 per introdurre il suo nuovo libro, Fever (pubblicato da Matte Editions), creando così l’atmosfera per una serie di fotografie a colori, suggestive e informali, scattate nel 1981. Difficile non pensare agli scatti a colori realizzati da Nan Goldin all’incirca nello stesso periodo, prima proiettati in uno slide-show accompagnato da una colonna sonora, e poi pubblicati nel 1986 con il titolo The Ballad of Sexual Dependency. Eppure, nonostante Fever presenti un gruppo di personaggi simile, con alcuni che addirittura si sovrappongono (compresa la stessa Goldin), lo spirito che pervade le immagini è più leggero e molto meno problematico di quello di The Ballad of Sexual Dependency; se nel lavoro di Frame c’è un contenuto drammatico, infatti, rimane per lo più fuori dall’obiettivo. 

“Nan Goldin al suo compleanno, con Allen Frame nel riflesso, nel loft di Nan sulla Bowery, nel 1981”. Dal libro “Fever” (Matte Editions, 2021). COURTESY DELL’ARTISTA E GITTERMAN GALLERY.

Nell’introduzione al libro, il curatore Drew Sawyer rileva come «le sue fotografie abbiano assorbito l’estetica del palcoscenico», quando Frame, alla fine degli anni 80, ha cominciato a lavorare a teatro, sia come attore sia come regista. Le immagini di Fever sembrano però attingere a un’influenza precedente: il cinema italiano del dopoguerra, in particolare quello di Michelangelo Antonioni. La fluidità, la spontaneità e la luce naturale nell’opera di Frame combinano l’immediatezza dell’istantanea con l’impatto formato panoramico della pellicola, per un senso di intimità emotiva contenuta e mai soffocante. Non so voi, ma io posso facilmente immaginarmi in uno di questi appartamenti leggermente trasandati, tra questi personaggi vagamente bohémien, in attesa che succeda qualcosa. Purtroppo, quello che è successo, non molto tempo dopo che sono state scattate queste fotografie, è l’Aids, che ha ucciso diversi amici di Frame e moltissimi altri al di fuori della sua cerchia più stretta. «Non sarò mai più così libero», afferma uno di loro, nelle testimonianze raccolte per il libro, a proposito della vita a New York negli anni 80. Le immagini di questa libertà che allora davamo per scontata non sono solo commoventi, ma sono anche meravigliosamente vivide, specialmente quando il soggetto è Nan Goldin, che vediamo qui tutta elegante per il party del suo ventiquattresimo compleanno. Frame, riflesso in uno specchio a figura intera, cattura con tenerezza la sua trepidante attesa, come fosse la propria.

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Vince Aletti è critico fotografico e curatore. Vive e lavora a New York dal 1967. Collaboratore di “Aperture”, “Artforum”, “Apartamento” e “Photograph”, è stato co-autore di “Avedon Fashion 1944-2000”, edito da Harry N. Abrams nel 2009, e ha firmato “Issues: A History of Photography in Fashion Magazines”, pubblicato da Phaidon nel 2019.

Da Vogue Italia, n. 850, luglio 2021


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